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LIFESTYLE – WORK

Due mesi fa ho chiesto al mio titolare se era possibile ridurre il mio orario lavorativo da 40 a 30 ore settimanali. Le mie argomentazioni erano molto banali: nessuno è mai produttivo al 100% tutte le 8 ore al giorno, il mio lavoro è pianificato e quindi riesco a gestirlo anche avendo a disposizione due ore in meno, vorrei avere più tempo per me, se sono più felice lavoro meglio e produco di più, in questo momento posso permettermi di essere pagata di meno e quindi di fare meno ore. Sì. Sono giovane, convivo, ho la fortuna di non avere un affitto da pagare, non ho figli e vorrei godermi la vita. E’ così strano?

A quanto pare, in una società come la nostra, esprimere il bisogno di lavorare meno e vivere di più è ancora una cosa che sconvolge molto; potrebbe essere definito quasi un tabù. Non mi aspetto che i titolari di aziende comprendano appieno queste motivazioni, ma quello che più mi stupisce è che ancora oggi sentendo una richiesta come questa, si sbarra gli occhi e si scuote la testa. Da questa richiesta emerge solo una cosa nella mente dei più grandi: i giovani non hanno voglia di lavorare.

Mi fa molto ridere questa affermazione, perché non mi ci ritrovo assolutamente. A me piace il mio lavoro, è giusto lavorare e mi sento di dire che i giovani hanno tutti voglia di lavorare. Quello però che non emerge mai, durante queste conversazioni da bar, è che alla base di un rifiuto di una proposta di lavoro da parte di un giovane ci sono delle motivazioni valide, ma rispetto a queste diventiamo tutti sordi. La verità è che i giovani non hanno voglia di lavorare gratis. Non hanno voglia di lavorare in un posto dove non vengono valorizzati. Dove c’è un clima pesante. Dove pur di risparmiare ti propongono uno stage di 6 mesi o un apprendistato di 3 anni per un lavoro come spazzino. Ci vogliono davvero 3 anni per imparare un lavoro così?

La differenza vera della nostra generazione rispetto a quelle passate non è che siamo più pigri, è che conosciamo il nostro valore e non ci accontentiamo. Sappiamo di dover fare la gavetta, ma non accettiamo il fatto che questa debba durare dieci anni. Conosciamo il nostro potenziale e la sfortuna è che possiamo permettercelo. Possiamo scegliere il lavoro giusto, e perciò lo facciamo. Non abbiamo nessuna intenzione di lavorare per tutta la vita in un posto che non ci piace e quindi cambiamo, in continuazione, fino a quando non troviamo l’azienda giusta. Ed è giusto così. Cambiare posto di lavoro ci aiuta anche a capire chi siamo e cosa vogliamo davvero. Non è una cosa che ti insegnano a scuola, la impari con l’esperienza.

E c’è anche chi non ha un obiettivo lavorativo, esistono davvero tante persone per le quali lo scopo non è lavorare in un certo ambito, ma va oltre il lavoro. C’è chi utilizza il lavoro solo come mezzo, c’è chi considera uno scopo di vita far crescere i propri hobby, o adottare uno stile di vita dove ci si sente davvero bene, o dedicarsi anima e corpo ai figli.

Insomma, smettiamo di accusare i giovani di non avere voglia di fare e iniziamo a guardare la nostra società che nei prossimi anni subirà un enorme cambiamento dovuto anche ai nuovi pensieri che stanno crescendo insieme a questa generazione. Il cambiamento è inevitabile, bisogna solo assecondarlo e cercare il nostro equilibrio all’interno di esso. E poi ricordiamoci che in tanti paesi il mondo del lavoro funziona già così.

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